Movimento 5 Stelle: appunti sul programma elettorale per la scuola (2018)

Il Movimento 5 Stelle (M5S) si è pDSCN3138resentato come una new entry nella competizione elettorale, alternativa agli altri attori, ma, secondo risultati convergenti dei sondaggi, già con il sostegno di una quota elevata di elettori. Innovativo nel processo di definizione, il programma elettorale ha una sua evoluzione fino alla formulazione finale a fini elettorali e post-elettorali. Il candidato premier Luigi Di Maio ha presenta il programma del Movimento anche come proposta da fare alle altre forze politiche dopo le elezioni (“Chi è contrario a tale programma?”). Secondo un’indagine demoscopica pre-elettorale le intenzioni di voto per il M5S erano per il 33% tra gli impiegati e gli insegnanti[1].

Coerente con le procedure introdotte nell’arena politica il metodo di formulazione del programma è centrato sul contributo, per lo più online, degli iscritti al movimento stesso e sulla loro valutazione delle successive formulazioni delle proposte: il programma va quindi analizzato nel suo divenire in costruzione. La formula della democrazia diretta che ha ispirato le strategie del M5S fin dal suo inizio rende di particolare interesse la lettura del programma.

Le fonti utilizzate per queste note sono i documenti ufficiali, il blog, le interviste a Luigi Di Maio, la presentazione del programma a Pescara da parte della parlamentare Silvia Chimienti, docente di italiano e materie letterarie nella scuola secondaria nonché le proposte di legge precedenti la consultazione elettorale del 4 marzo su temi della scuola.

1. L’itinerario

Il tema dell’istruzione accompagna l’attività del M5S e gli orientamenti maturano già nelle stagioni precedenti il periodo elettorale soprattutto attraverso singole proposte di legge presentate da parlamentari del Movimento. Le idee per la scuola alimentano la messa a fuoco del progetto politico di riforma che sarà la base di partenza per la definizione dei contenuti e dei relativi quesiti da sottoporre agli elettori. Così nasce il programma elettorale dettagliato del Movimento, riassunto e inserito, prima della scadenza del 4 marzo, all’interno del programma politico generale. La gestazione dell’agenda per la scuola per il prossimo esecutivo risponde anche alle esigenze di una campagna elettorale in divenire e riflette le strategie adottate per affrontare le elezioni e le scelte successive alla consultazione elettorale.

Idee e proposte per la riforma della scuola

In una presentazione sintetica (Camera dei Deputati, 27 febbraio 2015) la posizione sulla scuola del Movimento punta a superare la Legge sulla Buona scuola elaborata dal governo Renzi. Le sette soluzioni per la scuola identificate sono supportate da proposte di legge avanzate dai parlamentari del Movimento o da specifici atti parlamentari (risoluzioni, ordini del giorno…). E’ una prima piattaforma non ancora a fini elettorali anche se anticipa alcuni contenuti del successivo manifesto elettorale. Le sette proposte sono le seguenti.

a) Edilizia scolastica

Già nel 2015 la proposta di legge di Chiara di Benedetto, parlamentare siciliana, interviene sul tema delle strutture per le scuole: prevede per tre anni lo stanziamento di 591 milioni annui per la rimozione delle barriere architettoniche, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, l’efficientamento energetico e la messa a norma delle strutture. La copertura finanziaria è assicurata da un inasprimento della tassazione sulle banche. La proposta,  è contemporanea alle iniziative sul tema da parte del governo di Matteo Renzi.

b) Reclutamento dei docenti

La proposta di legge di Silvia Chimienti (9 agosto 2014) viene esaminata con altre in commissione Riforma del sistema di reclutamento e formazione del personale della scuola: prevede un piano quinquennale per l’assunzione di tutti i 300 mila docenti in graduatoria ad esaurimento e abilitati delle graduatorie d’istituto. A stabilizzazione realizzata verrà applicato un nuovo sistema di formazione e reclutamento che impedirà il “ricrearsi delle sacche di precariato”. Questo piano verrà realizzato tramite l’ampliamento degli organici, la reintroduzione del tempo pieno nella scuola primaria e l’introduzione di incentivi part-time per i docenti con più di 25 anni di servizio.

c) Diritto allo studio

Un governo a 5 Stelle varerà un piano triennale di finanziamento agli istituti scolastici, con aumento dei fondi delle quote annuali e, soprattutto, vincoli più stringenti per la richiesta di contributi volontari alle famiglie

d) Numerosità delle classi

Per superare la formazione di ‘classi pollaio’, classi dove ci sono dai trenta ai 40 alunni (spesso anche con 1, 2, 3 alunni/e disabili) in aule predisposte per accoglierne non più di 25, con conseguenti e seri rischi per la loro sicurezza, il Movimento propone che il totale degli alunni presenti in ogni classe non possa superare le 22 unità, con la riduzione della soglia a 20 in presenza di un alunno con disabilità.

La questione della numerosità della classe viene affrontata di petto, senza la semplice rimozione dei casi limite, con la determinazione drastica della dimensione massima di una classe. Si tratta di un tema caldo con ricorsi al TAR e relative sentenze di sdoppiamento.

e) Update della scuola

Nell’area dell’innovazione tecnologica il Movimento prevede l’insegnamento della lingua inglese anche nella scuola per l’infanzia. Inoltre, molta importanza viene data ai materiali didattici multimediali che potranno essere prodotti dalle stesse scuole. La maggior parte di questi materiali sarà gratuita.

f) Stop ai finanziamenti per le scuole private

Il Movimento richiama l’articolo 33 della Costituzione che prevede che gli enti privati possano istituire delle scuola private, senza, tuttavia, oneri per lo Stato. Di qui l’abolizione della destinazione di fondi alle scuole paritarie, a cui si aggiungono, come misure contro i diplomifici, l’introduzione del limite del 50% di candidati privatisti tra gli alunni iscritti, l’esclusione della possibilità di svolgere l’esame di maturità al di fuori della provincia di residenza del candidato e il contrasto all’assunzione di docenti a titolo gratuito.

g) L’educazione in una scuola sana

I temi dell’educazione sono ripresi dal M5S con la richiesta di migliorare l’integrazione scolastica. Per farlo, il movimento si dichiara a favore dell’introduzione dell’educazione all’affettività e alla sessualità consapevole nelle scuole secondarie di primo grado e nel biennio delle secondarie di secondo grado così da combattere qualsiasi forma di discriminazione e bullismo. Per una scuola ‘sana’ si propongono: “Prodotti biologici nelle mense scolastiche”, “No al cibo spazzatura nei distributori” ed “Educazione fisica affidata a docenti specializzati (laureati in Scienze Motorie)”.

Questi sette punti sono la base di riferimento che viene, successivamente, ampliata e dettagliata nel programma elettorale costruito con il metodo cooperativo basato sulla consultazione diretta degli iscritti attraverso la piattaforma online. Si chiedono pareri su proposte specifiche e risposte a quesiti definiti.

La proposta costruita cooperativamente

Una scuola “pubblica, statale, gratuita, democratica, inclusiva, aperta e innovativa” sostiene Silvia Chimienti. La presentazione dei punti parte da ‘fatti’, dall’idea proposta sottoposta alla valutazione del movimento e l’evoluzione cioè quali sono i traguardi da raggiungere. La procedura viene seguita per le diverse proposte.

Il documento che riassume il programma messo a fuoco tramite la consultazione è articolato e presenta un lungo elenco di proposte/misure, alcune più centrali, altre di settore, altre di dettaglio. Presentata al Villaggio Rousseau di Pescara che si è tenuto dal 19 al 21 gennaio 2018 la proposta è il frutto dei post di Beppe Grillo e delle successive votazioni sulla piattaforma Rouseau. Un programma che come abitudine dei grillini è stato elaborato con il supporto degli iscritti al Movimento 5 Stelle: hanno dato un contributo, infatti, più di 19mila iscritti che hanno votato tramite la piattaforma Rousseau esprimendo circa 128mila preferenze.

a) “L’istruzione è l’arma più potente che abbiamo per cambiare il mondo” (Nelson Mandela)

In un possibile governo del M5s la scuola è il “settore centrale e strategico per le nostre politiche” (Chiomenti, 22 gennaio 2018). Mancano 15 miliardi di euro e, per questo, occorre invertire la tendenza. Citando i dati Eurostat, l’Italia è all’ultimo posto per percentuale di spesa pubblica per la scuola che “sopravvive a stento” solo grazie ai lavoratori e ai sacrifici delle famiglie. Mettere al centro la scuola significa investire in modo adeguato.

b) Un’idea di scuola

Attraverso l’interazione online con i propri aderenti il Movimento definisce il profilo di scuola che, rivisto nei suoi diversi aspetti, diventa alternativo al tracciato della Buona scuola e con il quale si intende rispondere alle attese del Paese.

“Scuola pubblica, statale, gratuita”

La situazione diffusa nelle scuole soprattutto secondarie vede il contributo delle famiglie (50-200 euro) spesso leggibile anche sul sito della scuola, presentato come volontario ma di fatto obbligatorio (nonostante le norme del MIUR). Questa tassa occulta contrasterebbe con la gratuità della scuola dell’obbligo anche se serve per le spese delle scuole (materiali didattici, piccola manutenzione…). L’idea è di aumentare il finanziamento alle scuole sottraendo 150.200.000 di euro dai fondi per le paritarie senza intaccare la quota per la scuola dell’infanzia, servizio essenziale senza alternative. Aderiscono alla valutazione della proposta 19.040 membri e 17.937 sono d’accordo. In questo modo si avrà una scuola gratuita e si realizzerà il diritto allo studio (art.33 Costituzione) a prescindere dal reddito.

Scuola democratica

Secondo i pentastellati la Buona scuola ha stravolto la dimensione democratica della scuola affidando superpoteri al dirigente scolastico, trasformando la scuola in azienda e depotenziando gli organi collegiali. La chiamata diretta e il bonus premiale lasciano discrezionalità al dirigente e rinnegano la scuola come comunità e i principi di cooperazione e solidarietà propri della scuola. La card del docente da 500 euro, che è incorsa anche in utilizzazioni improprie, non può essere contrabbandata come formazione e va sostituita con una formazione continua obbligatoria e retribuita per ridare valore alla professione docente.

La valutazione punitiva o premiale non risponde ai valori della scuola. Per questa ragione i test INVALSI devono essere rivisti e reimpostati come rilevazioni a campione e risettati in una logica di miglioramento cooperativo.

“Scuola inclusiva”

Secondo il Movimento l’aumento, nel 2009, della dimensione media delle classi ha permesso di arrivare a 30-35 alunni per classe (“classi pollaio”) con problemi di sicurezza rendendo impossibile seguire chi è in difficoltà come chi eccelle.

“Scuola aperta e innovativa”

Con il Ministro Maria Stella Gelmini si sono depotenziate “materie importantissime come il latino, la geografia, la storia dell’arte, la musica, i laboratori nelle scuole superiori”, si è contratto il tempo pieno e sono state eliminate le compresenze di docenti nella stessa classe di scuola primaria. Il Movimento propone di recuperare quanto abolito e limitato. Nuovi e numerosi contenuti sono proposti quali lo studio della Costituzione, l’educazione civica, l’educazione ambientale, l’educazione alimentare e l’educazione all’affettività, anche come risposta al bullismo.

A sostegno alla scuola e degli insegnanti il Movimento intende costituire delle équipe territoriali, anche come anelli di congiunzione tra la ricerca scientifica e la pratica didattica. Viene preso a modello il sistema scolastico finlandese di cui si ammirano strutture e funzionalità.

I libri digitali e le piattaforme tecnologiche sono ingredienti ormai indispensabili per innovare i sistemi di apprendimento.

Vari i quesiti posti online. In particolare le domande riguardano il dirottamento delle risorse per le scuole paritarie alle scuole statali, la revisione della legge sulla parità scolastica, la scelta di priorità tra la riduzione di alunni per classe, il ripristino del tempo pieno e il reintegro delle materie depotenziate, la chiamata diretta, l’alternanza scuola lavoro diventata sfruttamento, il depotenziamento degli organi collegiati, il sistema di valutazione dei test Invalsi che accentuano la competizione tra docenti e scuole e penalizzano le scuole in territori svantaggiati.

Politiche per i docenti

Sono indispensabili docenti aggiornati. La loro motivazione è la chiave del successo degli studenti e, a questo fine, il Movimento condivide la necessità di adeguare gli stipendi alla media europea assicurando la valorizzazione professione, “anche con il rinnovo contrattuale e la retribuzione delle ore di formazione e aggiornamento”. La professione docente deve tornare ad avere il prestigio che le è stato sottratto, partendo dalla stabilizzazione dei precari storici.

Abolizione di finanziamenti alle scuole paritarie

Si conferma la cancellazione dei finanziamenti per le scuole private, con il superamento della legge sulla parità scolastica. “pur riconoscendo il servizio che molte di quelle scuole svolgono sul territorio nazionale”. Il ragionamento parte dall’articolo 33 della Costituzione secondo cui gli enti privati possono istituire delle scuola private, ma lo Stato non deve avere alcun onere. Per la verità l’originaria formulazione viene modificata escludendo dalla cancellazione i finanziamenti per le scuole dell’infanzia e per gli asili nido: in questi settori, infatti, l’organizzazione del servizio viene assicurata da provider diversi, lo Stato, i comuni, i privati e il sistema regge per questa compresenza; del tutto irrealistica sarebbe la previsione di una estensione degli interventi statali sull’universo del Paese.

Nel programma si precisa, inoltre, che “il Movimento 5 Stelle si batterà per contrastare il fenomeno dei diplomifici”, introducendo il limite del 50% di candidati privatisti tra gli alunni iscritti e la possibilità di svolgere l’esame di maturità al di fuori della provincia di residenza del candidato.

Sui finanziamenti alle scuole non statali la posizione del Movimento appare simile a quella di Liberi e Uguali mentre risulta opposta alla promozione della competizione pubblico-privato contenuta nei programmi della coalizione di centro – destra.

il Movimento punta ad abolire tout court la Buona Scuola. Nel mirino ci sono soprattutto la chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, peraltro già soggetta a revisione in seguito alla recente sottoscrizione del contratto nazionale di lavoro,  il bonus per i docenti e l’alternanza scuola lavoro.

Programma scuola

Dopo l’affermazione della nuova posizione (“Dopo anni di battaglie oggi possiamo finalmente realizzare il nostro sogno: dare al Paese un nuovo modello di scuola“), il programma dettaglia gli obiettivi sulle diverse questioni affrontate.

Per il personale della scuola elogiato come baluardo difensivo rispetto alle riforme laceranti gli obiettivi sono: assunzione del numero di dirigenti scolastici necessario per eliminare le reggenze, ampliamento delle risorse per la gestione degli istituti scolastici, 
semplificazione delle procedure per l’accesso ai fondi europei, con maggiore attenzione alle aree disagiate del territorio italiano, rimodulazione delle responsabilità relative alla sicurezza, estensione dei processi decisionali a strutture intermedie competenti periodicamente elette dal collegio docenti;
 incremento stipendiale di tutto il personale scolastico (dirigenti, docenti e personale ATA).

Per il personale insegnante è prevista l’abrogazione della chiamata diretta e degli ambiti territoriali. Si introduce un monitoraggio accurato del percorso FIT “per un’eventuale riduzione da tre a due anni (uno formativo e uno dedicato all’esperienza sul campo) e per l’eventuale revisione dei requisiti di accesso (24 CFU)”. Per realizzare il superamento del precariato è necessario:
”Censire i precari ancora presenti nelle varie graduatorie, soprattutto nelle classi di concorso in esubero (diritto, storia dell’arte, musica, ecc…), ai fini di attuare una programmazione il più possibile rispondente al fabbisogno delle scuole e inserire gli idonei nelle graduatorie di merito del concorso 2016″.

La formazione iniziale del docenti deve essere incentrata “sugli aspetti didattici e metodologici della professione, sull’utilizzo delle nuove tecnologie e sulle importanti sfide a cui saranno chiamati i cittadini di domani e per cui saranno fondamentali l’educazione civica, ambientale, alimentare e l’educazione alle emozioni, all’affettività, alla parità di genere e alla sessualità consapevole”.

Per lo sviluppo professionale, il manifesto elettorale del Movimento introduce due innovazioni di un certo peso, In primo luogo parla di un piano di una formazione professionale retribuita, obbligatoria, continua e sul campo per tutto il personale delle scuole “mirando all’interdisciplinarietà, all’inclusione, all’innovazione pedagogica e a quella didattica“. In secondo luogo prevede di “Introdurre équipe formative territoriali (EFT): professionisti in ambito pedagogico e didattico a supporto delle comunità scolastiche per ciascun territorio”.

Per il personale ATA il Programma scende nel dettaglio, probabilmente per via della consultazione diretta, e include: “ripristinare i 2020 posti ATA tagliati in legge di Stabilità 2015;
 ripristinare le supplenze brevi;
 sbloccare i posti ATA accantonati, al fine di internalizzare i servizi di pulizia e fermare i contratti di collaborazione coordinata e continuativa nelle segreterie, attraverso una pubblica selezione (scorrimento graduatorie provinciali) che copra i circa 13 mila posti e che tuteli chi per anni ha svolto le mansioni in questi ruoli;
 prevedere regolari concorsi per l’assunzione dei DSGA, tutelando chi ha maturato l’esperienza in questo ruolo;
 ampliare l’organico ATA sulla base del fabbisogno delle scuole assicurando almeno un collaboratore scolastico per ciascun piano dell’edificio;
 prevedere la figura dell’assistente tecnico anche nelle scuole del primo ciclo”.

Contro la dispersione scolastica le misure sono precise (“Prevedere massimo 22 alunni per classe (20 in presenza di un alunno con disabilità”[3]) e richiamano soluzioni del passato, proprie soprattutto della scuola primaria, ritenute valide ancor oggi (“Ripristinare e potenziare il tempo pieno, le compresenze e la programmazione in team”). Si aggiungono soluzioni metodologiche quali “Promuovere la didattica innovativa e interdisciplinare” e “Promuovere progetti educativi curricolari ed extracurricolari che valorizzano gli aspetti applicativi e le competenze pratiche, le attività espressive e sportive”.

Per le politiche dell’inclusione l’indicazione di cambiamenti da introdurre è puntuale ed estesa dal momento della diagnosi (“Rivedere la valutazione della disabilità, compresi il soggetto a cui inviare la domanda (inps) e la funzione del gruppo di inclusione territoriale (git)) alle risorse professionali necessarie (“Prevedere una formazione continua di tutto il personale docente su strategie educativo-didattiche inclusive” e diffuse (“Prevedere una Formazione continua del personale ATA e dirigente sugli aspetti organizzativi dell’inclusione”), dalla gestione (“Assegnare tutti i posti di sostegno a insegnanti specializzati, inserendo nell’organico di diritto sia i posti di fatto che quelli in deroga”) alla programmazione (“Prevedere insegnanti di sostegno dall’inizio dell’anno scolastico”, dalla funzionalità (“Attribuire le ore di sostegno alle scuole nel rispetto dell’entità della disabilità”) alla previsione del fabbisogno (“Prevedere la disponibilità nell’organico della scuola degli educatori, utili nella gestione dei bisogni educativi speciali“), dallo status degli operatori (“Disciplinare lo stato professionale degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione”) alle tecnologie necessarie (“Promuovere il software libero nella didattica”), dai criteri generali di qualità (“Definire i livelli essenziali di prestazione relativi all’istruzione (LEP)”) alla valutazione della qualità (“Promuovere strumenti di autovalutazione per l’inclusione – come l’index e il quadis -“).

Per l’organizzazione gli estensori del manifesto dimostrano una conoscenza di dettaglio del funzionamento scolastico e includono misure che potrebbero essere di natura amministrativa. L’accentuare il ruolo della decisione politica riflette le inerzie esistenti, ma potrebbe risultare debole nella fase di implementazione che per molta parte è in mano all’amministrazione della scuole.

Per la funzionalità della scuola si devono, secondo il Movimento, “anticipare le operazioni preliminari all’inizio dell’anno scolastico in modo da avere l’organico al completo – supplenti, docenti di sostegno e assistenti all’autonomia e alla comunicazione compresi – all’inizio dell’anno scolastico”: management scolastico e strategie politiche appaiono interconnesse.

La garanzia della continuità didattica, soprattutto per gli alunni con difficoltà è richiamata come è prevista una 
“stretta sull’utilizzo dei contributi “volontari” delle famiglie e controlli rigorosi sugli abusi, con sanzioni a carico dei dirigenti”. Quasi di routine la previsione di un 
incremento del Fondo d’Istituto e l’auspicio dell’“Aumento della partecipazione attiva nella gestione delle scuole di genitori e studenti”.

La diagnosi sulla situazione dell’edilizia scolastica è quella condivisa costruita sulle informazioni esistenti e fornite dall’anagrafe dell’edilizia scolastica: vetustà degli edifici (50% prima del 1971), attività all’interno di strutture non progettate per l’istruzione (30%), insufficiente manutenzione, insicurezza sismica. Il non utilizzo delle risorse e i ritardi di implementazione aggravano la situazione. La strada indicata è un “Piano decennale per la messa a norma e in sicurezza, la riqualificazione e il rinnovamento di tutte le scuole italiane e degli ambienti dell’apprendimento” accompagnato da un monitoraggio continuo dello stato di avanzamento e attivato attraverso un “Fondo unico cui si accede tramite piani triennali”.

Sulla parità scolastica il Movimento ha propri gli argomenti contro il finanziamento, nelle diverse forme (erogazione dirette e indirette come la detraibilità delle rette e l’accesso ai progetti europei) delle scuole paritarie (costituzionali, di priorità in un periodo di risorse scarsa per le scuole statali e ritiene elevati i contributi, pur se manca una considerazione comparativa con i costi delle scuole statali[4]. Ci vuole un’inversione di rotta con l’esclusine della scuola dell’infanzia (L’unica eccezione dovrà essere rappresentata dal finanziamento in favore dei nidi e delle scuole dell’infanzia privati).

La lotta ai diplomifici, “un cancro per il sistema d’istruzione italiano” viene rilanciata con misure ad hoc. Quindi il Movimento intende: “Abolire i finanziamenti statali alle scuole paritarie (facendo salvi i finanziamenti per asili nido e scuola dell’infanzia nonché per istituzioni private in ossequio alla sussidiarietà orizzontale 118,4 Cost.)” e “Contrastare il fenomeno dei diplomifici; effettuando ispezioni periodiche per la verifica dei requisiti delle scuole private”. Sullo slancio il manifesto si lancia anche nell’impresa di “Rivedere la legge 62/2000 sulla parità scolastica”.

La valutazione standardizzata di massa, sottesa alle iniziative dell’INVALSI, viene rifiutata (“un superamento o una sostanziale revisione”) dal Movimento perché alimenta la competizione tra scuole e tra studenti in contrasto con i principi costituzionali. Le modalità di valutazione sono da rivedere rifiutando “quiz a crocette che standardizzano il sapere” e occorre sganciare i test dalle prove finali di esame[5] perché “in questi anni, questo meccanismo non ha determinato alcun beneficio per la corretta valutazione delle effettive competenze acquisite dai nostri studenti“.

Il riconoscimento del merito come previsto dalla legge 107/2015 e successive determinazioni si rivela fallace (assegnazione in “maniera totalmente discrezionale”, vero e proprio sistema di controllo del docente, docenti sotto ricatto…). Contrario al senso della comunità scolastica e allo spirito cooperativo, il bonus merito docenti, già “bocciato dalla scienza”[6]va abolito e occorre puntare “a un generale innalzamento dei livelli retributivi slegato da forme premiali”. Gli obiettivi del Movimento sono, quindi, l’eliminazione dei test INVALSI dalle prove d’esame, “superamento della valutazione numerica ed estensione della valutazione per competenze (certificazione per competenze annuale)” e ripensamento del ruolo e della natura dei test INVALSI. Per il Movimento è, inoltre, da eliminare il bonus docenti da sostituire con “valutazione con finalità di crescita professionale e non punitiva, monitoraggio psico-attitudinale periodico per promuovere il benessere della comunità scolastica”.
 Si propone altresì un nuovo sistema di valutazione dei dirigenti unito all’aumento degli ispettori con concorso nazionale.
Su un piano più generale il Movimento è per una profonda revisione del Sistema Nazionale di Valutazione con il perseguimento di una “maggiore centralità dell’INDIRE come organo di pianificazione e di impulso delle strategie di miglioramento della qualità didattica (SNV)”.

Sull’alternanza scuola e lavoro il Movimento raccoglie le critiche diffuse (monte ore sprositato dedicato all’alternanza, mancanza di collegamenti con le discipline insegnate, pratiche estese di sottolavoro, non retribuito e con ridotto impatto formativo, sfruttamento, socializzazione al lavoro precario… ) e rivendica la funzione insostituibile della scuola pur non disconoscendone “qualche esperienza positiva”. Si propone, pertanto, l’abrogazione delle norme contenute nella legge 107/2015, in particolare l’obbligatorietà dell’esperienza di alternanza e, al tempo stesso, si intende promuovere nuove modalità per percorsi formativi più efficaci – Azione di apprendimento nel Territorio – scegliendo le aziende e aggiunge la “revisione degli enti formativi dell’istruzione professionale secondaria e degli ITS (Istituto Tecnico Superiore)”.

La scuola nel programma in 20 punti (21 gennaio 2018)

Verso il termine della campagna elettorale il M5S concentra il proprio programma generale in 20 punti. In questo contesto le misure per la scuola, variamente presenti nelle elaborazioni precedenti, sono riassunte alcune priorità essenziali: “superamento della cosiddetta Buona scuola, piano assunzioni razionale in base al fabbisogno delle scuole, incremento spesa pubblica per istruzione scolastica e abolizione del precariato”. Le proposte essenziali sulla scuola non sono, per la verità, distanti da quelle avanzate dagli altri attori in campo: rientrano nel pacchetto di misure che il M5S intende proporre, dopo le elezioni al Parlamento.

a) Superamento della Buona scuola

“La peggiore riforma della scuola di tutti i tempi” è il giudizio sul piano per la scuola di Matteo Renzi che per il Movimento è da smantellare punto per punto. La Buona scuola avrebbe, quindi, i giorni contati, travolta dalle critiche che il Movimento raccoglie, fa proprie come afferma criticamente da Luigi di Maio (“La riforma Renzi non ha nulla di buono. La smantelleremo partendo proprio da quelle misure che hanno trasformato la scuola in un’azienda: i super-poteri ai presidi, la chiamata diretta dei docenti, il bonus premiale e la card formazione per i docenti che è più una mancetta elettorale”.

b) Incremento della spesa pubblica per la scuola

Il Movimento propone di invertire la tendenza a contrarre la spesa per la scuola e a mantenere un livello di investimenti comparativamente al di di sotto dei valori medi europei. Si citano dati del 2014 (resi pubblici da Eurostat 2016) a conferma della situazione inaccettabile.. L’incremento della spesa pubblica per la scuola è coerente con le richieste di maggiori investimenti sull’istruzione. si tratta di ridare priorità alla scuola passandodal 7,9% al 10,2% della spesa pubblica complessiva. In questo contesto forse anche i risparmi sulle scuole paritarie. L’investimento nella scuola è visto come la premessa, ma da realizzare realisticamente nel medio periodo nella prospettiva di un riallineamento con i valori medi di spesa pubblica per la scuola. Non si distingue tra istruzione primaria e secondaria e istruzione terziaria. e non si tiene conto dell’interruzione dei tagli di fondi e delle risorse destinate alle scuole nel periodo 2015-2018 (anche perché i dati citati risalgono al 2014).

c) Piano di assunzione

L’enfasi sul personale nel programma del M5S è di tutta evidenza con il piano di assunzioni e con l’intento di superare il precariato. L’ipotesi espansionistica è implicita anche se si fa riferimento al fabbisogno delle scuole: è un apriori che nelle scuole manchino insegnanti. E il piano di assunzioni parla direttamente ai docenti precari Il superamento del precariato è un obiettivo comprensibile ma senza indicare i modi. Peraltro è in corso un piano di stabilizzazione dei precari che si sta completando per cui la posizione del M5 stelle sembra confermare i processi in corso.

2. Considerazioni: la messa a fuoco del programma

Il programma sulla scuola del Movimento è a geometria variabile, con posizioni autonome su temi comuni ad altri attori, con una formulazione estesa costruita e valutata co-operativamente e con una versione di sintesi a fini di dialogo politico. Convivono così prospettive condivise con altre forze politiche pur nella diversità delle formulazioni (ripresa di investimenti sull’istruzione, piano di assunzione…), decisioni di opposizione radicale (ad esempio sulla Buona scuola). Più che l’elaborazione di principi generali, sembra prevalere la ricerca dei possibili contenuti con una strategia articolata che comprende la formulazione di proprie proposte su temi correnti in discussione, la raccolta di pareri e indicazioni con la consultazione online e l’attenzione costante a non dimenticare criticità presenti o aree di intervento segnalate dagli altri attori.

Pur non entrando la scuola direttamente nelle questioni di politica generale con cui il Movimento tende a caratterizzarsi (reddito di cittadinanza…), è evidente che le ripercussioni delle scelte compiute sui grandi temi e in relazione alla finanza pubblica non potranno che evidenziarsi anche sul piano dell’istruzione.

a) L’agenda costruita cooperativamente: nobiltà e miseria

Un programma scritto assieme agli iscritti è una novità per come questo è avvenuto. La strada seguita per raccogliere i suggerimenti e integrare le prime bozze di programma con aspetti di dettaglio ha fatto registrare contributi da parte degli iscritti che riflettono una varietà di esperienze e di situazioni con un ampio range di proposte. Il punto di forza del metodo adottato è, senza dubbio, il radicamento nella realtà e la corrispondenza degli items della proposta a problemi autentici della scuola. Fonte, tuttavia, di possibile debolezza, è la difficoltà di avere una visione complessiva e prospettica che ispiri le singole voci e le renda coerenti. La mediazione politica, la capacità di sintesi e l’abilità strategica diventano determinanti perché il programma non abbia un carattere sommativo o sia sovraccarico talvolta, come si è visto, di nodi di carattere amministrativo più che politico.

Il rischio di escludere proposte avanzate dai partecipanti alla consultazione online è reale dall’esigenza di fare sintesi. Così i limiti quantitativi della popolazione contattata possono portare a non cogliere altre istanze importanti, ma al di fuori dell’orizzonte di osservazione dei rispondenti. La strategia, inoltre, di cercare eventuali adesioni dopo le elezioni sulla base del programma rischia di risultare difficile di fronte a un programma con una raccolta elevata di proposte e misure o di annullare la ricchezza delle proposte costruite cooperativamente.

In questa formulazione e riformulazione del programma, le basi di studio, di analisi, di approfondimento rischiano di non trovare sempre spazio. Il vantaggio, comunque, di questa dinamica evolutiva è che possono arrivare ed essere accolti input nelle fasi precedenti non previsti, come è il caso dei servizi per la prima infanzia. Ma anche che vengano presentate come proposte politiche misure di razionalizzazione amministrativa o di funzionalità ordinaria che non richiedono grandi scelte politiche.

b) Praticabilità e sostenibilità delle proposte

L’obiettivo di invertire le politiche di tagli che ci sono stati nel passato (2008-2011) è un obiettivo da raggiungere nel medio termine anche se la proposta, che fa riferimento ai dati del 2014, non tiene conto e non riconosce i cambiamenti avviati nel 2014-2018 con gli investimenti sulla Buona scuola.

L’aumento della percentuale della spesa pubblica per l’istruzione appare ragionevole. L’Italia è all’ultimo posto in Ue considerando la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% valore medio dei paesi Ue).[7] Da segnalare che la spesa pubblica sul Pil dell’Italia supera la media Ue. Nel 2014 eravamo al 51,3% rispetto a una media del 48,2% dei Ventotto. Più dell’Italia spendono la Finlandia (58,1%), la Francia (57,5%), la Danimarca (56%), la Svezia (51,8%) e il Portogallo (51,7%). Molto più bassa la spesa pubblica della Germania (44,3%) e della Gran Bretagna (43,9%).

Rilevante è, tuttavia, il nodo relativo alla praticabilità dell’obiettivo di accrescere la spesa pubblica per l’istruzione: dove trovare gli oltre 15 miliardi di euro (verificare se corrisponde allo scarto tra 7 e 10 miliardi che servono a portare la spesa per l’istruzione dal 7,8 al 10,2% della spesa pubblica media europea?.

Il riallineamento della spesa pubblica ai valori medi europei richiederebbe una più chiara esplicitazione dell’origine delle risorse necessarie. Non è chiaro se questo aumento della spesa per l’istruzione deriva da un aumento della spesa complessiva dello Stato o se viene assicurato da una ridistribuzione delle spese tra i diversi impegni. Secondo un rapporto OECD la spesa per l’istruzione è diminuita in Italia non perché sia stata decrescente la spesa pubblica, bensì perché si è contratta la quota per l’istruzione a favore di altre voci di spesa. Si potrebbe trattare di una manovra interna alla spesa pubblica attuale, senza ulteriore crescita, ma con decrescita di risorse stanziate su altre voci.

La sostenibilità dell’obiettivo, in ogni caso, richiederebbe un’analisi dell’utilizzo delle risorse disponibili, i criteri di distribuzione tra i territori, le ragioni di alcune carenze spesso lamentate dalle scuole e dalle famiglie considerando anche il costo pro-capite. Si tratta, inoltre, di chiarire in che direzione utilizzare le eventuali risorse aggiuntive e con quali priorità rispetto alle proposte contenute nel programma elettorale, senza dimenticare la necessità di ponderare la probabilità di impatto degli investimenti aggiuntivi rispetto alla qualità del servizio scolastico e dei livelli di apprendimento degli studenti.

La proposta relativa alla cancellazione dei finanziamenti alle scuole private presenta difficoltà di attuazione a breve termine perché presuppone il superamento di una legge, incontra ostacoli procedurali dovuti al fatto che molte scuole primarie paritarie funzionano, e hanno finanziamenti, sulla base di convezioni pluriennali che dovrebbero essere disattivate con un impatto sul servizio di cui usufruiscono famiglie e alunni in misura considerevole. E’, inoltre, da osservare l’eventuale risparmio in questo campo sarebbe di circa 500 milioni (a cui dovrebbero essere sottratte le risorse per la scuola dell’infanzia) che corrispondono ad una percentuale esigua dell’intero finanziamento per l’istruzione.

I nuovi parametri per la composizione delle classi hanno ripercussioni non marginali. Nel programma non ci sono analisi sulle ripercussioni in termini di cambiamento delle soluzioni esistenti, dei relativi costi in termini di personale – nella presentazione del 2015 si accosta l’aumento della numerosità delle classi con la contrazione di 90.000 posti docente – e di strutture e di servizi anche se i dati sulle scuole primarie e sulle secondarie di primo grado presentano valori medi inferiori alle soglie indicate[2]. La misura inciderebbe soprattutto a livello di scuola secondaria superiore dove le norme consentono di superare i 30 studenti per classe con situazioni talora molto difficili in presenza di disabilità.

c) Le basi conoscitive

Pur essendo difficile ricostruire le analisi e le evidenze in relazione alle singole proposte, alcune osservazioni possono essere fatte, pur con tutte i caveat necessari. Qualche dubbio, innanzitutto, sorge sull’accuratezza dei dati a cui si fa riferimento. Gli indicatori di spesa pubblica per l’istruzione, assoluti e relativi, sono riferiti agli anni passati, i più recenti al 2014 e non registrano variazioni significative avvenute dal 2015 al 2018 Dati non aggiornati. L’aumento dell’investimento misura in termini di percentuale della spesa pubblica dà un’idea, ma occorre tener presente che la spesa pubblica in Italia è inferiore a quella di altri Paesi come percentuale del Pil. La stabilizzazione dei precari parte da una informazione sommaria sul numero degli stessi (300.000) e non viene declinata in procedure specifiche.

Alcuni altri riferimenti necessiterebbero di approfondimenti specifici. Le risorse assegnate alle scuole paritarie pari a poco più di 500 milioni di euro a fronte di oltre 45 miliardi di euro del bilancio complessivo del MIUR. Una loro diversa destinazione avrebbe un impatto del tutto limitato, non tale da giustificare alcune affermazioni. Le due misure restrittive per debellare i diplomifici, peraltro, già esistono nelle regolazioni vigenti, pur se la loro applicazione può presentare ritardi e carenze diffuse di controllo efficace.

Il tempo pieno nel primo ciclo è in aumento seppur limitato e le compresenze con 8-9 docenti in più per scuola possono essere riprese in considerazione in un rapporto docenti-studenti che rimane a livello delle medie internazionali ed europee. Occorre anche richiamare l’attenzione sul fatto che tradizionalmente pur in presenza di risorse di organico, la presenza del tempo pieno non è mai decollata in molte aree del Sud del Paese (cfr Allegato). Anche sulla questione delle ‘classi pollaio’ occorre tener conto che la numerosità degli alunni per classe nel nostro Paese non è distante dai valori medi dell’area OECD o dell’area della Ue, oltre che di vari paesi europei. I problema reali che si creano in Italia nelle scuole può dipendere da alcune deroghe o dalla cattiva gestione della programmazione e dell’assegnazione di risorse. Alla proposta di generalizzare una soglia prefissata (il Movimento indica in 22 il limite massimo) un’alternativa più ragionevole potrebbe essere la previsione di una soglia massima in alcuni contesti o in relazione a specifici obiettivi. Peraltro le implicazioni in termini di costi diretti e indiretti del limite proposto non sono nè specificate nè tantomeno cifrate. Non è peraltro da dimenticare quanto la letteratura scientifica sulla numerosità delle classi e sul relativo impatto sui livelli di apprendimento degli studenti non è riconducibile a ipotesi semplicistiche.

Nelle diverse formulazioni non ci sono dati di riferimento relativi ai livelli di apprendimento degli studenti, alle posizioni degli studenti italiani nelle indagini internazionali nonostante l’ampia disponibilità di rapporti e analisi per una diagnosi puntuale su vari aspetti del nostro sistema di istruzione. Si criticano i test ma non c’è alcune attenzione ai loro risultati, in parte drammatici, sulla mediocrità della nostra scuola.

Le analisi condotte in termini di quadro della finanza pubblica non prendono in considerazione la sostenibilità delle spese per misure espansive per la scuola dato il loro carattere frammentario e non operativo.

d) Le assenze

Nonostante l’articolato processo di definizione del programma stupisce che sembrino assenti temi diffusi nei manifesti elettoriali, come è il caso degli asili e dei servizi per la prima infanzia, menzionati solo per il rimborso alle famiglie delle spese sostenute. La questione pare essere molto dibattuta a livello locale dai rappresentanti del movimento, ma non confluisce in una proposta a livello nazionale, se non sul filo di lana delle ultime settimane prima delle elezioni.

Sono presenti temi che riguardano, stop ai test invalsi, non c’è il divario con altri paesi, Il riferimento alla dispersione scolastica da affrontare con la riduzione della numerosità delle classi segnala un fattore di rilievo ma al di fuori di un approccio complessivo ad una situazione di elevata criticità per il nostro Paese. Nonostante la forte enfasi sugli insegnanti e sul necessario riconoscimento professionale non ci sono indicazioni nè previsioni per una rivalorizzazione stipendiale se non un mero riferimento a standard europei. L’istanza di principio rischia di rivelarsi retorica in assenza di traduzioni operative.

La vis polemica rispetto alla Buona scuola sembra non lasciar molto spazio alle esigenze dalla base delle innovazioni che vengono rifiutate. D’altra parte  le alternative non sono declinate in termini operativi (costi, basi organizzative e funzionali, risorse professionali necessarie, coordinamento strategico…), come è il caso della formazione continua obbligatoria e retribuita in sostituzione del bonus di 500 euro assegnato a ogni docente. Non si precisa inoltre il rapporto con il piano nazionale di formazione in servizio attualmente previsto.

La proposta di équipe territoriali di sostegno professionale è un’ipotesi potenzialmente interessante, ma non è codificata in uno schema strategico e organizzativo. Le traduzioni operative possono essere diverse, dalla rivisitazione dei modelli IRRSAE alla maggior  disarticolare sul territorio dell’Indire, dall’adozione di soluzioni tecnologiche con la comunicazione professionale e lo scambio di buone pratiche all’innesto della funzione di sostegno professionale nella creazione di reti di scuole o di ambito.

La proposta di riprendere le materie depotenziate nei passati processi di riforma non è sviluppata operativamente e non può essere pensata in semplici aggiunte di ore di insegnamento e di discipline con il reclutamento di altri insegnanti. Potrebbe, al contrario, tener conto dell’organico potenziato introdotto con la Buona scuola per specifici progetti di istituto, con qualche cautela nell’aumento del monte ore sostenibile per gli studenti per i quali i tassi di assenteismo raggiungono livelli record (vedi in allegato un prospetto comparativo sui tassi di assenza dalle lezioni dei quindicenni italiani). Nuove ipotesi centrate sul curriculum dello studente potrebbero essere adottate per implementare l’obiettivo indicato.

5. In conclusione

L’istruzione è il “pilastro per far ripartire il paese”[8]: su questa base il programma del Movimento, forse perché è il primo vero esercizio elettorale a livello nazionale, ha una propria consistenza. C’è molta attenzione e puntualità nel cogliere i problemi della scuola soprattutto dal punto di vista degli operatori. La stesura può far leva sul lavoro parlamentare svolto nel tempo e sull’accumulazione di proposte e di disegni di legge elaborati da singoli parlamentari o dal movimento. In un certo senso si respira aria fresca anche perché il metodo della consultazione ha fatto entrare nell’agenda generale proposte (contributi volontari delle famiglie…) che risentono della conoscenza diretta del settore e della sua articolazione e funzionalità interna. Senza cadere nella retorica generale, ad esempio sull’autonomia scolastica come sviluppata in altri manifesti elettorali, il programma include, almeno in alcune sue formulazioni, aspetti concreti dell’attività didattica (numerosità delle classi…).

Il programma risulta composito: mescola vecchie soluzioni (e corrispondenti slogan) quali il tempo pieno, le compresenze e la programmazione, proposte parallele, seppur riformulate, a quelle governative (superamento del precariato, piano per l’edilizia… ) e rimozioni di parte della Buona scuola.

La polemica politica, comunque, irrompe sul clima e sul confronto con il M5S rendendo difficile. Un esempio è lo scontro sugli interventi per l’edilizia scolastica. Beppe Grillo attacca Matteo Renzi per quelle che giudica “promesse mancate” sul tema delle scuole sicure. In un post pubblicato sul suo blog, anonimo perciò riconducibile al leader del Movimento 5 stelle, Grillo cita la promessa del presidente del Consiglio di recarsi “ogni settimana” in una scuola.  Promessa non mantenuta  “perché il Bomba sa che la situazione nelle scuole è drammatica” e che “recarsi in una scuola oggi è come lanciare una moneta: testa crolla, croce regge”. Replica immediata di Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di Missione per l’Edilizia Scolastica di Palazzo Chigi: “Alle chiacchiere di Grillo rispondo con quanto fatto da questo governo per l’edilizia scolastica: ad oggi, grazie ad un investimento di 1.539.000.000 euro, degli oltre tre miliardi e mezzo messi sul piatto dall’esecutivo per la sicurezza delle scuole, sono stati avviati 3.674 cantieri, di cui 2.419 già conclusi. Nello specifico, con l’operazione Scuole Sicure abbiamo portato a casa 550 milioni di euro per 1878 interventi, di cui 1.188 conclusi”. “Grazie allo sblocco del patto di stabilità per i Comuni – spiega ancora Galimberti – abbiamo liberato 244 milioni per 836 interventi, mentre le Province e le Città metropolitane hanno avviato 230 interventi investendo 100 milioni di euro. I cantieri conclusi sono complessivamente 571. Grazie a 645 milioni di fondi Pon sono poi già conclusi 730 interventi“.

Inoltre ci sono i mutui BEI (905 milioni di euro) la cui prima tranche di interventi – 1.215 – sarà appaltata entro febbraio. E poi – continua Laura Galimberti – vanno ricordate  le misure introdotte dalla Buona Scuola: 40 milioni di euro per le indagini sui solai e i soffitti di oltre 7.000 scuole, 40 milioni per l’adeguamento antisismico degli edifici, 300 milioni per finanziare il piano Scuole Innovative, che vedrà sorgere istituti moderni e all’avanguardia in ogni regione italiana. Uno sforzo ed un lavoro senza precedenti, avviato su un patrimonio immobiliare vetusto che – fino a poco tempo fa – ha visto solo esigui interventi ‘tampone‘”.

Un lavoro, conclude la responsabile della struttura di missione, “pubblicato quotidianamente sul sito http://www.italiasicura.governo.it ma che, evidentemente, Grillo ignora. Non abbiamo la bacchetta magica ma lavoriamo, e alle chiacchiere rispondiamo con i fatti“.

E’ solo un esempio delle dimensioni polemiche degli scambi elettorali che oscurano la comprensione dei problemi esistenti, dei processi reali in corso o da avviare e dei risultai che si possono realisticamente raggiungere.

 

 

 

 

[1] Corriere della sera, 27 gennaio 2018.

[2] Nel rapporto Education at a glance 2017 la numerosità media delle classi italiane è per la scuola primaria di 19 alunni e per la secondaria di primo grado di 21, non distante dai valori medi dell’area OECD , rispettivamente 21 e 23, dell’area EU22, pari a 20 e 21, e vicina a quelli di paesi come la Germania (21 e 24), la Francia (23 e 25), la Finlandia (19 e 20), la Spagna (22 e 26) e il Regno Unito (26 e 19) (OECD, Education at a glance 2017 p.356ss).

[3] Le misure indicate sono a livello generali compatibili con la situazione esistente (si veda la nota …). Il problema sono le deroghe ai principi e il deficit di compliance.

[4] 518.250.640 euro a fronte di un bilancio della scuola statale che supera i 46 miliardi di euro.

[5] Il governo Renzi ha deciso di continuare a sottoporre gli studenti alle prove INVALSI per l’attestazione delle competenze: tali prove dovranno essere sostenute non più in sede di esame finale ma nel corso dell’anno scolastico. Tuttavia questa decisione non comporterà alcun reale cambiamento, né sarà superato il suo accostamento alla prova finale, dal momento che la verifica è stata comunque inserita tra i requisiti necessari per consentire l’accesso all’esame.

[6]Questo strumento è stato già bocciato dalla scienza che, dal 1975, con numerose ricerche, ha dimostrato che i bonus economici non sono efficaci per il miglioramento delle prestazioni individuali e collettive dei lavoratori intellettuali”.

 

[7] Se si guarda alla percentuale sul Pil – rileva l’Eurostat – la spesa italiana per l’educazione è al 4,1% a fronte del 4,9% medio Ue, penultima dopo la Romania (3%) insieme a Spagna, Bulgaria e Slovacchia. Nell’istruzione la spesa è in linea con la media nell’educazione primaria, lievemente più bassa per quella secondaria mentre è molto inferiore per l’educazione terziaria ovvero universitaria e post universitaria e nella ricerca. La spesa in percentuale sul Pil nell’educazione terziaria è allo 0,8% in media Ue e allo 0,3% in Italia mentre se si guarda alla percentuale sulla spesa pubblica l’Ue si attesta in media sull’1,6% e l’Italia sullo 0,7%. Nella spesa per l’istruzione terziaria il nostro Paese è fanalino di coda in Ue, lontanissimo dai livelli tedeschi (0,9% sul Pil e 2% sulla spesa pubblica)

[8] Chimienti, Pescara 22 gennaio 2018)

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